a volo d’uccello

“Watching a city from above can reveal so much about its character,” he tells us. “I think that the pace of New York City is best seen from high above: the constant flow of taxis, the merging of traffic, the waves of pedestrians crossing at the change of traffic lights, and the sounds of honking horns and sirens.”

Navid Baraty, photographer

Tokyo


 

New York

http://www.navidbaraty.com/

Città dei vivi, città dei morti

“Ogni città come Laudomia, ha al suo fianco un’altra città i cui abitanti si chiamano con gli stessi nomi: è la Laudomia dei morti, il cimitero. Più la Laudomia dei vivi s’affolla e si dilata, più cresce la distesa delle tombe fuori dalle mura. Le vie della Laudomia dei morti sono larghe appena quanto basta perchè vi giri il carro del becchino, e vi s’affacciano edifici senza finestre; ma il tracciato delle vie e l’ordine delle dimore ripete quello della Laudomia viva, e come in essa le famiglie stanno sempre più pigiate, in fitti loculi sovrapposti”

Italo Calvino, Le città invisibili

Cimitero di Rozzano, Aldo Rossi

Il tema del cimitero continua ad affascinarmi (vedi L’ultima architettura. Le tombe dei maestri).
E a quanto pare affascina(va) anche Aldo Rossi: “è in questi ultimi che si stabiliscono i ricordi, gli affetti, i resti fisici delle persone, ma anche delle città”.

Città dei vivi, città dei morti.
Un parallelo lungo due secoli, da quando – intorno al XVIII secolo – si passò dalla sepoltura in fosse comuni a fosse singolari, e il cimitero divenne un tema d’architettura capace di comprendere e rappresentare l’aspetto più civile dell’uomo.
“La rappresentazione dei valori della civiltà e il rispetto indicano il significato più profondo del luogo dedicato alle sepolture, ricercando di volta in volta in epoche, culture e luoghi differenti, quella sintesi e quell’equilibrio necessario” (Massimo Ferrari)
Se poi Edgar Monin fa corrispondere proprio con la prima sepoltura il passaggio dell’uomo da stato naturale a stato propriamente “umano”, riusciamo solo a intuire la complessità del tema.
Se nelle zone del nord Europa i cimiteri assomigliano a grandi parchi (cimitero di Skogskyrkogården, Stoccolma), nel sud l’immagine ricorda è quella di una città, con le sue vie e i suoi palazzi, in cui ville unifamigliari diventano edicole e palazzi residenziali sepolture.
Città dei vivi, città dei morti.

E’ in quest’ottica che riusciamo a leggere i due cimiteri di Rossi: quello di San Cataldo a Modena monumentale come una città, questo di Rozzano gradevole come un paese.
Entrambi assimilano la forma della città e la riducono a poche, profonde, cose.
A Rozzano, l’ingresso segna il viale principale, sui cui due lati si affacciano gli edifici porticati, residenze in linea come quelle del Gallaratese, che culminano nell’edificio pubblico per eccellenza, la cappella, ornata con pilastri in mattoni (i romani non facevano lo stesso ricoprendo la muratura con pilastri fittizzi? alla faccia dell’onestà strutturale dei Maestri del movimento moderno!)

all'interno del crematorio

La cappella non è l’unico edificio pubblico: un lato della cortina edilizia si apre per rivelare il crematorio su cui si appoggiano altri due corpi “residenziali”, un via secondaria nella città.
Rossi vuole allontanarsi il più possibile dal mero aspetto funzionale del complesso cimiteriale, non un macchina per stipare corpi ma un luogo, propriamente detto, per la custodia delle memorie (sempre a Rozzano il cimitero di fianco rappresenta l’esatto opposto: una cubo di tot metri senza finestre).

sullo sfondo, il precedente ampliamento del cimitero

Ammetto di non essere mai stato al cimitero di San Cataldo, la cui dimensione monumentale però – presumo – tende ad angosciare più che a confortare la visita al Caro defunto. La dimensione “umana” di Rozzano invece dona al luogo una piacevole serenità, in cui il visitatore non si sente estraneo, e ci si affaccia volentieri dal primo piano per vedere il silenzioso viavai dei parenti.

Il cimitero, completato dopo la morte dell’architetto, non è stato ancora completato in alcune parti (“mancanza di fondi”): la cappella è ancora sconsacrata, il crematorio dopo qualche anno è risultato inadatto alla funzione e nel campo retrostante non sono state costruite le edicole sul bordo del recinto.
Peccato, ma anche così merita una visita.

Probabilmente ritornerò sul tema del cimitero prima o poi, proprio qui l’architettura può permettersi di rivelarsi allo stato più puro, senza secondi fini, dall’umile tumulo Loos ai monumentali cenotafi di Boullé.

Perchè una riflessione sulla morte, alla fine, è una riflessione sulla vita.

Un ringraziamento all’Ordine degli Architetti di Milano, che ha organizzato gli “itinerari di architettura milanese” e al prof. Massimo Ferrari che ha guidato l’itinerario sul cimitero a Milano.

Unhappy Hipsters


Decise finalmente di eliminare l'unica imperfezione dalla pura ed ininterrotta superficie di cemento e compensato: se stesso (Photo: Dave Lauridsen; Dwell)

Unhappy Hipsters è un blog geniale.

Con la semplicità di una battuta cinica e di un’immagine architettonica spiega meglio di qualunque teorico la tendenza dell’abitare “IN” oggi. Il tutto con più efficacia e humor!

Hipster non è un termine conosciutissimo, in generale indica:

  1. tipo ben informato, aggiornato sulle ultime tendenze; uomo di mondo, persona alla moda
  2. seguace di movimenti (musicali, letterari ecc.) d’avanguardia (in particolare del movimento beat americano degli anni ’50).              (fonte: Garzanti)

Quindi una persona attenta alle avanguardie di qualunque genere ma anche alla moda: in Italia potrebbe essere qualcosa tra l’indie, il radical-chic e lo snob.

Eccovi le migliori tradotte, se alla fine non siete ancora sazi ne trovate un’infinità sul blog

A causa di una vera e propria patologia mentale dei suoi genitori, le sue suppliche per una Barbie Dreamhouse furono sostituite dal modellino di una sezione brutalista. (Photo: Shawn Records; Dwell)

Con la porta scorrevole guasta, trascorrevano i loro giorni in un silenzioso senso di colpa tra forzate conversazioni spicciole e sparando agli scoiattoli di passaggio (Photo: Adam Friedburg; Dwell)

Il cane non era l'unico che sognava una vita più colorata (Photo: Jeremy Liebman; Dwell)

Il coperchio del pollo-bollitore meditava il suicidio. Come ogni martedi, d'altronde. (Photo: Lorne Bridgman; Dwell)

Difficile a credersi, ma riuscì a realizzare il suo sogno di vivere in una piscina elevata-interrata e senza acqua. (Photo: Mohsen Jazayeri; ArchDaily)

I vicini non compresero mai il concetto di "portale estremo" per l'ingresso sul retro (Photo: Richard Powers; Dwell)

Voltando le spalle alla sedia vuota, dimostrava una patetica difesa alla sua solitudine infinita (Caption by UH; original photo by LovelyDistractions)

Se le case potessero essere prese a pugni, questa sarebbe piena di lividi (Photo: Ed Reeve; Dwell)

Minimalismo, solo un altro sinonimo di privazione sensoriale (Photo: Uncredited; Wallpaper magazine)

Un'altra stupenda interpretazione del regionale vernacolare (Photo: Catherine Ledner; Dwell)

Con gli occhi chiusi, l'acqua solleticava le punte delle sue dita, le evocava ricordi felici prima della bomba, prima dell'invasione degli zombie (Photo: Daniel Hennessy; Dwell, June 05)

Stava incominciando a pentirsi di aver smesso la psicoterapia. I dischi volanti erano tornati. (Photo: Henrik Knudsen; Dwell, February 2009)

Nemmeno il potere lenitivo del amaca riusciva a rilassarla. Qualcuno la stava osservando. (Photo: Alessio Guarino; Dwell)

E altre ancora su Unhappy Hipsters

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People in Urban Spaces

“People in Urban Spaces” è un intervento temporaneo in diversi ambienti, che vuole rivelare la funzione urbana di varie strutture, per mostrarne la ristretta possibilità di movimento, i limiti e le regole implicite nelle strutture stesse. Inserendo i corpi in punti selezionati si vuole provocare un processo di pensiero per produrre sorpresa e irritazione nell’osservatore. I passanti, i residenti e il pubblico sono quindi spinti a riflettere sul proprio ambiente urbano circostante, sui propri movimenti oltre che sulle proprie abitudini. Gli interventi sono momentanei e non lasciano tracce, ma si imprimono nella memoria dei testimoni presenti.

“People in Urban Spaces” è un percorso in movimento, messo in scena da un gruppo di ballerini. Gli esecutori coinvolgono il pubblico in parti selezionate di spazi pubblici e semipubblici, aiutando gli spettatori a percepire lo stesso spazio o luogo in un modo nuovo e diverso.

La particolarità di ogni luogo in diversi momenti della giornata crea presentazioni uniche.

concept: Willi Dorner

foto: Lisa Rastl

Premiere: Festival Paris Quartier d’été, 4 lug 2007

Con il sostegno dell’Ufficio culturale della città di Vienna.

Prestazioni:
2007 Paris, ‚Festival Paris Quartier d’été’, ‚Urban Connections’ Chamarande; Opera de Lille, France: ‘Happy Day’ by Christian Rizzo; Wien
2008 ‘Regionale08’ Steiermark, Austria;    ‘URB 08’, urban festival Helsinki; Dansens Hus Stockholm; ‘Philadelphia Live Arts Festival’ USA, ‘Les Dessous du Patrimoine’ Rouen, ‘Tanz in. Bern’ Schweiz
2009 ‘Refraction Arts/Fuse Box Festival’, Austen, Texas; ‘Radar’ Loughborough, UK; ‘Viva Cité’ Sotteville-lès-Rouen, France; ‘festivaldes7collines’ St. Etienne, France; ‘Tanz im August’ Berlin; ‘Plastique Danse Flore’ Versailles, France; Dance Umbralla London;

Cie. Willi Dorner

Fogne monumentali

Fa impressione vedere il sistema fognario di Tokyo: le sue parti più imponenti sembrano arrivare dal film fantascientifico Akira o da un videogioco. Eppure qui non c’entra Photoshop ne Maya, è tutto reale, e quasi per paradosso, nella loro maestosità, la funzione di queste strutture è piuttosto umile, quasi degradante: semplici fogne. Queste immagini ci ricordano che sotto alla città superficiale esiste una citttà sotterranea, più riservata e dimenticata, senza la quale però la prima non potrebbe sopravvivere.

IMAGES COPYRIGHT 2005 EDOGAWA RIVER OFFICE, ALL RIGHTS RESERVED.

Fonte: Crookedbrains.net

Fictional Suburbia

Le creazioni di Ross Racine sono libramente ispirate alle viste satellitari di google earth, “Sono sempre stato attratto dalle mappe, fin da piccolo”.

A differenza di certi architetti però, Ross mette ben in chiaro la distinzione tra finzione e realtà:

“Sono decisamente aperto a una lettura fantascientifica delle mie immagini, e lascio all’osservatore immaginare i possibili racconti che evocano le immagini, se una persona è incline a farlo, ma non incoraggio il formarsi di scenari definiti. Questo limiterebbe il potenziale evocativo delle immagini. Dopotutto, le mie opere rimangono in primis immagini, non descrizioni di storie reali”

Brookdale Gardens 60 x 80 cm 2007

New Foxtown and Westhaven Villas 60 x 80 cm 2008

Morningsands 80 x 60 cm 2009

Birchmount (version 2) 52 x 39 cm 2005-08

Greenfield Lakes 80 x 60 cm 2008

Maple Ridge 60 x 80 cm 2009

Highland Farms 39 x 52 cm 2006

Aspen Grove and Sunrise Park 39 x 52 cm 2007

Beachview Bluffs 60 x 80 cm 2008

Chestnut Gap 39 x 52 cm 2006

Dewdrop Village 80 x 60 cm 2009

Upper Pineridge, 60 x 80 cm 2009

per maggiori info: Beyond the edge, intervista a Ross Racine

L’ultima architettura. Le tombe dei maestri.

“Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

Adolf Loos

Tomba di Adolf Loos, 1870 – 1933

Non poteva non incominciare con una citazione di Loos questo articolo dedicato alle tombe dei maestri dell’architettura moderna e contemporanea. “Questa è architettura”, l’architettura più pura si esprime soltanto nel seplocro, l’ultimo monumento, farcito di valori più spirituali che materiali, il cui compito è proprio quello di materializzare l’immateriale, per provare a renderlo eterno.

E’ quindi intrigante scoprire come gli architetti si rapportano alla loro ultima dimora, ed è impressionante come – talvolta – tutto il loro messaggio di una vita sia condensato in questa unica, ultima, architettura.

Adolf Loos, 1870 – 1933

Minimale e monolitica, senza troppe parole (giusto il nome del sepolto) ma con la monumentalità e delle cose semplici, incisive. La tomba di Loos non poteva essere diversa.

Tomba di Adolf Loos, 1870 – 1933

Le Corbusier, 1887 – 1965

Come tutta la vita dell’architetto, anche la sua tomba oscilla tra la natura, il colore e l’ordine squadrato del cemento a vista

Le Corbusier, 1887 – 1965

Le Corbusier, 1887 – 1965

Frank Lloyd Wright, 1869 – 1959

“L’amore verso un idea è l’amore verso Dio” recita l’epitaffio. Tondi e quadrati in vetro colorato, il tutto montato su una griglia, la pluralità degli elementi unita in un unico disegno.

Frank Lloyd Wright 1869 – 1959

Frank Lloyd Wright 1869 – 1959

Louis Henri Sullivan, 1856 – 1924

Personaggio a cerniera tra moderni e premoderni, anche Sullivan -maestro di Wright – indaga la natura per ricondurla ad un ordine geometrico. Particolarissimi sono i fianchi della pietra tombale, che richiamano i volumi puri dei suoi edifici.

Louis Henri Sullivan, 1856 – 1924

Louis Henri Sullivan, 1856 – 1924

Mies van der Rohe, 1886 – 1969

Completamente immersa nella natura, la tomba di Mies è una lapide sdraiata di fianco ad un corso d’acqua. Sembra quasi la sua casa più famosa, la Farnsworth House

Mies van der Rohe, 1886 – 1969

Mies van der Rohe, 1886 – 1969

Alvar Aalto, 1898 – 1976

Il tentavio di recuperare il rapporto con la natura – e con la classicità – è chiaro anche nell’elegante stele di Aalto, l’architetto con la A maiuscola.

Alvar Aalto, 1898 – 1976

Alvar Aalto, 1898 – 1976

Carlo Scarpa, 1906 – 1978

La lapide sembra quasi un microchip, i cui circuiti si propagano dal nodo centrale scavato nel terreno. Scarpa non finisce mai di stupire.

Carlo Scarpa, 1906 – 1978

Carlo Scarpa, 1906 – 1978

Si ringraziano vivamente gli utenti Flickr le cui immagini hanno reso possibile questo post. Per vedere le loro foto originali, cliccate sulle rispettive immagini.